Anche quest’anno è arrivato il Natale.
Puntuale, come le luminarie accese a Novembre, le playlist “festive” in loop e le vetrine che gridano compra, mangia, corri.
Auguri di buone feste, certo.
Ma viene spontanea una domanda: di cosa stiamo davvero festeggiando?
Il Natale moderno è diventato un curioso esperimento sociale:
si celebra una ricorrenza… rimuovendo il Festeggiato.
Tavole imbandite come se non ci fosse un domani (soldi permettendo…), brindisi, scambi di regali spesso frettolosi, cene aziendali, pranzi familiari, luci psichedeliche che illuminano tutto tranne il senso profondo di questi giorni.
Un grande contenitore emotivo, riempito di tutto, purché non di silenzio e riflessione.
E sia chiaro: non c’è nulla di male nel fare festa, nello stare insieme, nel concedersi un momento di leggerezza.
Il problema nasce quando resta solo quello.
Quando il Natale diventa una pausa dal lavoro e basta.
Un intermezzo gastronomico tra un periodo di stress e il prossimo.
Si parla di “magia del Natale”, ma spesso è una magia fragile, che dura giusto il tempo di smontare l’albero.
Poi si torna di corsa, più stanchi di prima, come se nulla fosse successo.
Eppure il Natale nasce come qualcosa di profondamente diverso:
un anzi l’ “Evento” scomodo, silenzioso, povero ma fondamentale per l’intera umanità.
Un messaggio che parla di essenzialità, di limite, di attenzione verso l’altro.
Non di abbondanza, ma di senso.
Forse il punto non è “tornare indietro” o fare prediche.
Forse basterebbe fermarsi un attimo.
Chiedersi se, in mezzo a tutto questo rumore, abbiamo lasciato spazio a qualcosa che valesse davvero la pena celebrare.
Perché un Natale senza significato può essere anche allegro, scintillante, rumoroso…
ma resta vuoto.
E il vuoto, prima o poi, presenta il conto.
Quindi sì: auguri di buon Natale.
Le “festività” — come le chiama Google — le lascio volentieri al politicamente corretto.Auguri sinceri.
Ma se eliminiamo il Festeggiato, stiamo eliminando anche il motivo della festa…
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