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il grande inganno del globalismo

Il grande inganno del globalismo: diritti proclamati, diritti negati

Quando il mondo era più semplice (ed un po’ più onesto)

C’erano una volta i negozietti locali, gli artigiani, i piccoli produttori a pochi chilometri da casa.
Persone che non solo creavano oggetti destinati a durare nel tempo, ma che davano lavoro a chi quei prodotti li riparava.
Un ferro da stiro, una radio, una scarpa o un elettrodomestico accompagnavano le famiglie per anni: si rompevano, sì, ma c’era sempre qualcuno in grado di rimetterli in funzione.

Era un’economia circolare vera, non quella di oggi fatta di slogan e brochure patinate.
Un mondo in cui il valore non era nella quantità, ma nella qualità; non nell’usa-e-getta, ma nella cura; non nella delocalizzazione, ma nel lavoro radicato sul territorio.

Quel mondo è stato cancellato – scientemente – dalla logica del globalismo.

1. Un’ipocrisia strutturale

Oggi si parla incessantemente di diritti, sostenibilità, sicurezza, ma il sistema globale funziona solo perché miliardi di prodotti vengono realizzati in Paesi dove quei diritti non esistono affatto.

Le multinazionali dichiarano l’amore per l’ambiente, ma fanno produrre in luoghi dove:

  • la sicurezza sul lavoro è un optional,
  • i salari sono al limite della sopravvivenza,
  • l’inquinamento è fuori controllo,
  • le norme sono elastiche o inesistenti.

In Occidente si celebra la “responsabilità sociale”, altrove si lavora piegati su catene di montaggio difficili da immaginare.
Ma tutto questo viene accettato, tollerato e perfino considerato “inevitabile”.

2. “Diritti” solo quando non disturbano il profitto

Da noi un’azienda può essere messa in ginocchio per un cavillo, un documento errato, una procedura non aggiornata.

Si impongono:

  • formazione obbligatoria,
  • normative complesse,
  • controlli continui,
  • certificazioni costosissime,
  • adeguamenti infiniti.

Ma quando le stesse aziende producono in Paesi lontani, queste regole svaniscono come neve al sole.
Eppure i profitti – quelli sì – tornano comodamente qui.

3. La trappola dell’obsolescenza programmata

Il globalismo non produce solo sfruttamento: produce oggetti nati per rompersi.
L’obsolescenza programmata è ormai un pilastro industriale:

  • smartphone progettati per durare meno,
  • batterie sigillate,
  • elettrodomestici irreparabili,
  • aggiornamenti software che rallentano i dispositivi,
  • ricambi introvabili o più costosi dell’oggetto stesso.

A questo si aggiunge una conseguenza gravissima:
la riparazione è stata resa economicamente insostenibile.
Non è normale – né onesto – che riparare un bene costi più che comprarne uno nuovo.
È una scelta deliberata del mercato: far percepire la manutenzione come antieconomica, così da spingere l’acquirente verso l’acquisto successivo.

Così si compra, si butta, si ricompra.
Intanto il mondo affoga nei rifiuti elettronici, spesso spediti in Africa o Asia, dove vengono smaltiti in discariche improvvisate, bruciati a cielo aperto o interrati senza nessuna cautela.

4. Smaltimento rifiuti: ciò che qui è un reato, altrove è “procedura”

Se un’azienda europea interra illegalmente degli scarti o smaltisce rifiuti pericolosi in modo improprio, finisce sui giornali, sotto processo, con accuse di disastro ambientale.
Ed è giusto.

Ma lo stesso identico rifiuto, se affidato a una filiera di smaltimento “regolare”, potrebbe finire:

  • in Africa,
  • in Sud-Est asiatico,
  • in Paesi poverissimi dove le normative non esistono o vengono ignorate.

Lì verrà interrato senza protezioni, bruciato o lasciato in discariche tossiche.
E tutto questo rimane perfettamente legale.

5. L’Europa soffocata da leggi che favoriscono chi le ignora

Mentre le imprese locali sono strangolate da norme sempre più complesse, la concorrenza globale può produrre a costi ridicoli senza nessun obbligo reale.

Il risultato?

  • filiere produttive disintegrate,
  • negozi chiusi,
  • artigiani scomparsi,
  • ricambi introvabili,
  • qualità in caduta libera.

6. Consumatori addestrati a non vedere

Il globalismo continua a funzionare perché siamo stati educati a:

  • dire “costa meno” invece di “come è stato fatto?”,
  • accettare l’usa-e-getta come norma,
  • credere alle etichette “green” da marketing,
  • considerare il prezzo l’unico parametro di scelta.

Ogni acquisto alimenta un sistema che sfrutta persone, avvelena territori e distrugge ciò che resta della nostra economia locale.

Conclusione – Il globalismo non è progresso: è un gigantesco inganno

Finché i diritti rimarranno validi solo entro i nostri confini e il lavoro sporco verrà delegato a Paesi poverissimi, il globalismo continuerà a essere ciò che è: una macchina perfetta nel generare profitti, imperfetta in tutto ciò che riguarda dignità umana, ambiente e futuro.

Non è progresso: è una vetrina lucidata che nasconde una discarica tossica grande quanto mezzo pianeta.

Mi raccomando: in UE ricordiamoci di tenere i tappi di plastica attaccati alle bottiglie… Perché quelli sì che salvano il pianeta!


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Mi chiamo Gianluca Molina, classe ’86, webmaster, fotografo naturalista, appassionato di auto youngtimer e voce fuori dal coro. Amo dire le cose come stanno, con onestà e senza filtri. Credo nella Tradizione, nella verità e nel buonsenso

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